11 ott 2006

ROSONE RACCONTA IL FALLIMENTO DEL BANCO AMBROSIANO - da IL CORRIERE DELLA SERA - di Giacomo Ferrari

MILANO - Grande finanza, massoneria, politica internazionale, perfino la malavita organizzata. Ci sono, nella storia del crac del Banco Ambrosiano, tutti gli ingredienti di un thriller. Non a caso ne è stato tratto un film. E sull'argomento sono stati scritti numerosi libri. A vent'anni dal suo epilogo, del Banco Ambrosiano resta soltanto una traccia nel marchio (Banco Ambrosiano Veneto) appartenente a una nuova realtà bancaria, il gruppo Intesa-Bci. Tuttavia non tutti gli aspetti di questa pagina della storia recente d'Italia sono stati chiariti. Uno di questi è la morte (suicidio, versione ufficiale, o omicidio, come molti sospettano?) di Roberto Calvi, l'uomo attorno al quale ruota la parabola del Banco. "Soltanto di recente sono emersi particolari essenziali su quella morte - dice per esempio Roberto Rosone, l'uomo che nell'ultimo anno di vita del Banco era stato il più diretto collaboratore di Calvi -. Adesso ci si accorge che quando un uomo si impicca gli si rompe l'osso del collo. Per me dovrebbe saperlo anche uno studente di medicina al primo anno di corso...". Come dire: la tesi del suicidio non regge. Anche se il caso è ormai archiviato. Oggi Rosone è un tranquillo pensionato che si dedica ai nipotini. Abita ancora nella stessa casa di via Oldofredi a Milano, "comprata col mutuo nel 1970", davanti alla quale il 27 aprile del 1982 un uomo gli sparò alle gambe venendo immediatamente freddato da una guardia giurata che sorvegliava l'ingresso dell'adiacente agenzia bancaria (ovviamente del Banco Ambrosiano). Si trattava di un sicario venuto da Roma. Si chiamava Danilo Abbruciati e apparteneva alla banda della Magliana. Quella esperienza ha segnato l'ex manager, che oggi ha 74 anni. "E non solo nel fisico - dice -. Ogni tanto mi sveglio nel cuore della notte e ripensando a quei momenti non riesco a riprendere sonno". Per vent'anni Rosone è rimasto in silenzio (anche per rispettare il corso delle indagini). Oggi però, patteggiata la pena per le sue responsabilità di amministratore nella bancarotta (condanna a tre anni commutata in servizio sociale), ha deciso di raccontare la sua verità.
DOVE SONO FINITI I SOLDI? - Il "tesoro" del Banco Ambrosiano, quei 1.500 miliardi di vecchie lire che determinarono il fallimento dell'istituto, sembrano svaniti nel nulla. In realtà "sono sempre rimasti a disposizione del Vaticano", dice Rosone. Il quale ricorda come lo Ior, la banca della Santa Sede, fosse stato per anni il padrone occulto del Banco Ambrosiano: "A libro soci lo Ior, all'epoca guidato da monsignor Paul Marcinkus, figurava titolare di un piccolo pacchetto azionario, poco più del 3%. In realtà alla banca vaticana faceva capo una miriade di società offshore, domiciliate in vari paradisi fiscali, che a loro volta possedevano piccole quote dell'Ambrosiano. Sommandole insieme, si arrivava tranquillamente al controllo". E lo Ior, oltre a svolgere le normali attività bancarie, finanziava operazioni all'estero di carattere più "politico" che economico, utilizzando anche capitali presi a prestito dall'Ambrosiano. Per esempio, si dice che abbia contribuito a sostenere Solidarnosc, l'allora nascente sindacato cattolico polacco guidato da Lech Walesa. "Solo Calvi conosceva questa situazione - continua Rosone -. Il management della banca credeva a ciò che stava scritto sulle carte, anche se i sospetti c'erano, non foss'altro che per le illazioni puntualmente riportate sulla stampa finanziaria...".
In ogni caso, dopo il crac la verità è venuta a galla. Rosone, diventato il numero uno della banca dopo la scomparsa di Calvi (era vicepresidente e direttore generale), si recò in Vaticano per reclamare la restituzione dei prestiti. Ma lo Ior rispose picche. "In seguito - sono sempre parole di Rosone - la banca vaticana fu costretta, a quanto mi risulta, a una transazione con la liquidazione del Banco, avvenuta sulla base del 50% del debito originario". Ma la tesi di Rosone è stata fin dall'inizio contestata dalla Santa Sede con documenti che dimostravano l'estinzione del debito. Il caso controverso è spiegato anche in un libro recentemente pubblicato da Laterza.
LA PISTA ARGENTINA - Parla con distacco, Rosone, seduto nel salotto di casa. Ma nel corso della lunga chiacchierata spuntano altri particolari inediti della storia del Banco Ambrosiano. Come il ruolo giocato nella guerra tra Inghilterra e Argentina per il controllo delle isole Falkland. "Il Banco Andino - ricorda - di cui l'Ambrosiano possedeva il 100% del capitale, partecipò al maxi-prestito a favore della Repubblica Argentina destinato a finanziare l'operazione militare. Ma era uno dei tanti componenti del consorzio, che comprendeva decine e decine di banche. Si disse anche che la volta del Ponte dei Black Friars a Londra, dove fu trovato il cadavere di Calvi, fosse dipinto con i colori della bandiera argentina. Non so se sia vero. In ogni caso, personalmente non credo a una pista argentina dietro l'eliminazione di Calvi".
IL SALVATAGGIO - Oggi, 6 agosto, ricorre il ventennale della liquidazione del vecchio Banco e della contemporanea nascita del Nuovo Banco Ambrosiano, poi diventato Ambroveneto. Una ricorrenza che è già storia. E proprio con il distacco degli storici si può rievocarne lo svolgimento. "L'operazione durò lo spazio di un weekend - ricorda Rosone -. Il venerdì a mezzogiorno la banca chiuse i battenti e il successivo lunedì mattina riaprì con le nuove insegne". Alcuni protagonisti di quel salvataggio sono tuttora sulla breccia. Uno dei principali fu per esempio Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d'Italia e oggi capo dello Stato. Il secondo si chiama Giovanni Bazoli, il professore bresciano che oggi presiede Intesa-Bci. Il terzo è Beniamino Andreatta, economista, all'epoca senatore democristiano e ministro del Tesoro, uscito dalla scena politica nel dicembre 1999 dopo che un ictus lo colpì proprio sui banchi del Senato dove sedeva in rappresentanza del Ppi. Ciampi era alla guida dell'istituto centrale da appena un anno. "Era subentrato - spiega Rosone - a Paolo Baffi, costretto alle dimissioni dalle oscure manovre di quella stessa loggia massonica che aveva avuto un ruolo proprio nella gestione del Banco Ambrosiano e che aveva contribuito a saccheggiarlo". La patata bollente era finita nelle sue mani.
"Nel giugno dell'82, quando Calvi era ancora vivo - prosegue Rosone - andai dal Governatore per prospettargli la necessità di commissariare il Banco. Era presente anche l'allora direttore generale Lamberto Dini. Mi dissero che la proposta sarebbe dovuta venire dal consiglio di amministrazione. Al che obiettai che il consiglio era praticamente nelle mani di Calvi, il quale sarebbe riuscito a bloccare la decisione". In realtà il commissariamento arrivò subito dopo l'uscita di scena di Calvi. C'erano stati nel frattempo un suicidio vero, quello della segretaria-assistente di Calvi, Graziella Corrocher, e quello, dubbio, dello stesso Calvi. Intanto, il banchiere "dagli occhi di ghiaccio" secondo una definizione molto usata all'epoca dai giornali, aveva tentato il tutto per tutto per rimanere a galla e fronteggiare "il martellamento delle lettere della Vigilanza durato per un anno intero. Per questo - spiega Rosone - si era attaccato a tutti coloro che si erano offerti di aiutarlo, finendo nella rete della loggia massonica P2 di Licio Gelli e di personaggi come Flavio Carboni o Francesco Pazienza".

L'ULTIMO MISTERO - Dopo vent'anni, dice Rosone, un altro interrogativo resta aperto: qualcuno ha pagato? "Per ciò che mi riguarda, ho restituito interamente il mio tfr al liquidatore. In pratica ho lavorato 40 anni per niente. L'unica consolazione è che mi sento la coscienza a posto. Invece, non si è mai saputo com'è finita la procedura di liquidazione del Banco...". Infine, l'ultimo "sassolino". Si sfoga Rosone: "Mi piacerebbe anche capire da chi fu mandato il killer che mi sparò alle gambe. Ci sono stati i processi, sono venuti a galla i nomi di Flavio Carboni e di tale Diotallevi, socio dello stesso Carboni nella società Prato Verde che io mi rifiutai di finanziare. Ma due anni fa la Cassazione ha annullato tutto". Dunque il mandante di quel tentato omicidio (o semplice avvertimento) è destinato a rimanere ignoto. Per il Banco Ambrosiano di Calvi è l'ultimo di una lunga serie di misteri".

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